Macroeconomia in pillole

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Macroeconomia

“La più grande difficoltà nasce non tanto dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderli ad abbandonare le vecchie.”
JOHN MAYNARD KEYNES

Macroeconomia

La macroeconomia è quella parte dell’economia che si occupa dei grandi aggregati di un sistema economico e delle relazioni che intercorrono fra essi. Fra i grandi temi macroeconomici bisogna annoverare l’andamento del reddito e della produzione nazionale, il livello dei prezzi, la dinamica dei consumi, l’occupazione e la disoccupazione, la produttività e il debito pubblico. Attraverso lo studio di questa disciplina è possibile rilevare, oltre che il nesso fra le diverse variabili che governano un sistema economico, anche le condizioni che permettono al sistema stesso di raggiungere l’equilibrio e individuare eventuali possibili strategie per mantenerlo o crearne di nuovi, tutto ciò con l’obiettivo di raggiungere l’allocazione ottimale delle risorse.

La macroeconomia, sinteticamente, dunque, si occupa di quattro temi fondamentali: la crescita del prodotto, l’occupazione, l’inflazione e i rapporti internazionali. A ciascun tema corrisponde un obiettivo di politica economica: crescita continua e stabile, piena occupazione, stabilità dei prezzi, equilibrio della bilancia dei pagamenti. Val la pena di notare che rispetto alla problematica degli economisti classici e di Marx i problemi affrontati sono completamente diversi: non si parla più di distribuzione del reddito, di classi sociali, di sfruttamento, di alienazione del lavoratore.

Per analizzare questi quattro obiettivi macroeconomici, consideriamo le componenti della domanda aggregata. La domanda aggregata è data dalla spesa totale per l’acquisto di beni e servizi effettuata dall’economia in un dato periodo:

Yd= C + I + G + X

Yd: Domanda aggregata
C: Consumo delle famiglie
I: Investimenti delle imprese
G: spesa pubblica
X: Esportazioni

Attraverso gli strumenti di politica economica a disposizione del governo e della banca centrale è possibile influenzare queste quattro variabili ed influire così sugli obiettivi di politica economica.

IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO

Per evidenziare i legami tra le componenti della domanda aggregata consideriamo il flusso circolare del reddito. I soggetti che vengono posti al centro dell’analisi sono le imprese e le famiglie. Tali soggetti sono in relazione tra loro attraverso rapporti di mercato.

1. Imprese->famiglie: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese (i beni passano dalle imprese alle famiglie).
2. Famiglie->imprese: la moneta passa dalle famiglie alle imprese.
3. Famiglie->imprese: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle famiglie (i servizi dei fattori di produzione passano dalle famiglie alle imprese).
4. Imprese ->famiglie: la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite, dividendi e interessi.

Introduciamo ora il settore bancario, il settore pubblico e il settore estero.
Concentriamoci sui flussi di moneta. Riconsideriamo innanzi tutto il flusso diretto tra imprese e famiglie:
1. Famiglie-> Imprese: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese (la moneta passa dalle famiglie alle imprese);
2. Imprese -> Famiglie: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle famiglie (la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite, dividendi e interessi).
Introduciamo ora i flussi indiretti tra famiglie e imprese mediati dal settore bancario (S, I), il settore pubblico (T, G) e il settore estero (M, X).
Rispetto ai redditi ricevuti dalle famiglie, solo una parte ritorna alle imprese (nazionali) sotto forma di spesa in consumi (C). Il resto esce dal flusso diretto secondo tre modalità di prelievo: risparmio (S), tassazione (T) e importazioni (M).
4. Risparmio netto (S). Il risparmio delle famiglie viene depositato presso le banche.
Esistono ovviamente anche flussi dalle banche verso le famiglie (prestiti alle famiglie). Per risparmio netto si intende il flusso netto dalle famiglie alle banche.

5. Imposte nette (T). Le famiglie e le imprese pagano le imposte al governo. Esistono comunque anche flussi dallo stato alle famiglie e alle imprese: i trasferimenti. Per imposte nette si intende il flusso netto pagato dalle famiglie e dalle imprese.
6. Importazioni (M). Parte dei beni di consumo acquistati proviene da imprese residenti all’estero. Inoltre parte dei beni prodotti all’interno contengono componenti importate.
D’altra parte, oltre ai consumi delle famiglie, la domanda che si rivolge ai beni prodotti dalle imprese nazionali deriva anche da fonti esterne al flusso ristretto del reddito.

Le immissioni nel flusso ristretto sono di tre tipi:
1. Investimenti (I). Gli investimenti delle imprese comprendono gli acquisti in macchinari e impianti e le scorte di prodotti finiti, fattori produttivi e semilavorati.

2. Spesa pubblica (G). Lo stato oltre a effettuare trasferimenti alle famiglie e alle imprese (che rientrano nella voce imposte nette) acquista beni e servizi dalle imprese per costruire scuole, strade, ospedali, eccetera.
3. Esportazioni (X). Parte della produzione delle imprese nazionali è acquistata da soggetti residenti all’estero.

il flusso circolare del reddito

L’equilibrio si ha quando i prelievi uguagliano le immissioni:

                                                                S + T + M = I + G + X

Questo non significa che debba essere anche:

(S = I) (T = G) (M = X)

Le decisioni di investimento e di risparmio sono prese da soggetti diversi quindi non è detto che risparmio ed investimento debbano uguagliarsi ex ante, cioè come variabili programmate (S = I). Allo stesso modo, lo stato non deve necessariamente avere una politica di bilancio in pareggio (T = G), né la domanda programmata di beni di
importazione deve necessariamente uguagliare quella di beni di esportazione (M = X).

Torniamo ai quattro obiettivi di politica economica. Se le immissioni ex ante risultano superiori ai prelievi ex ante si ha una domanda aggiuntiva (rispetto alla domanda di beni di consumo delle famiglie) che si rivolge alle imprese nazionali. Questo farà aumentare la produzione delle imprese e il reddito nazionale. Quindi si avrà:
1. Crescita del prodotto.
2. Aumento dell’occupazione (si ipotizza che esista una relazione diretta tra produzione e occupazione).
3. Inflazione (si suppone che le imprese nel tentativo di espandere la produzione  incontrino costi crescenti soprattutto quando sono vicine al pieno utilizzo della capacità produttiva).
4. Peggioramento del saldo della bilancia dei pagamenti: se era in pareggio tenderà ad andare in deficit a causa della maggiore domanda di beni di importazione (si ipotizza che le importazioni aumentino all’aumentare del reddito mentre le esportazioni siano esogene e dipendenti dalla domanda mondiale; inoltre, se si è in regime di cambi fissi, l’inflazione interna rende i prodotti nazionali meno competitivi facendo diminuire le esportazioni).
Processo d’aggiustamento. Se le immissioni ex ante (I, G, X) superano i prelievi ex ante (S, T, M) si è in disequilibrio: questo porta ad un aumento del reddito nazionale, al quale si accompagna non solo un aumento della spesa in consumi (C) delle famiglie, ma anche un aumento dei risparmi (S), delle tasse (T) e delle importazioni (M), che tenderà a riportare in equilibrio l’economia.

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Le variabili macroeconomiche considerate trovano una definizione precisa nella contabilità nazionale. In particolare, qui ci concentriamo sul concetto di reddito.

Il Prodotto interno lordo

Una delle variabili macroeconomiche che rende in maniera più immediata  l’attività economica di un paese è il PIL, prodotto interno lordo. Il PIL è “interno” in quanto comprende il valore dei beni e servizi prodotti all'interno in un paese, indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce. Il PIL è “lordo” perché include gli ammortamenti (cioè la misura del deprezzamento dello stock di capitale). Se vengono esclusi gli ammortamenti cioè si tiene conto del deprezzamento, si parla di prodotto interno netto (PIN). In breve PIN=PIL-ammortamenti.

Il PIL può essere riferito all’intero sistema economico, si parla di PIL complessivo, oppure può essere riferito ai singoli individui, in questo caso si parla di PIL in termini pro-capite (questo è calcolato dividendo il PIL per il numero di abitanti). Il PIL complessivo esprime la misura della ricchezza nazionale, il PIL procapite misura, invece, la ricchezza individuale e permette di quantificare il tenore di vita di un dato paese. Se il PIL complessivo cresce a un tasso superiore a quello della popolazione, il tenore di vita del paese (e quindi il PIL pro-capite) registra un miglioramento, e viceversa.
Per confrontare i tenori di vita tra i diversi paesi, si può pensare di convertire il PIL pro capite in un’unica valuta, per esempio esprimere tutto in dollari statunitensi. In altri termini significherebbe utilizzare i tassi di cambio correnti per esprimere tutto in una valuta internazionale come ad esempio il dollaro americano e poi procedere alla comparazione. Questo metodo, tuttavia, non tiene conto delle differenze del costo della vita nei vari paesi, (ad esempio il prezzo di un’abitazione di uguali caratteristiche non è lo stesso fra i diversi paesi, così il prezzo per un taglio di capelli in India è molto differente da quelli registrati in Italia o in Inghilterra) per cui molti economisti ritengono opportuno tener conto dei prezzi interni di ciascun paese, quando ciò viene fatto il PIL pro capite si dice che viene espresso in termini di parità dei poteri d’acquisto, o semplicemente PIL alla PPP (“purchasing power parity”). I calcoli basati sulla PPP sono misure più ragionevoli che cercano di trasformare una valuta in un’altra a un
tasso che preservi il potere d’acquisto medio e quindi tenga conto anche dell’inflazione.
La parità dei poteri d’acquisto, in altri termini, è un indicatore che elimina le differenze fra Paesi nel livello generale dei prezzi permettendo confronti in volume del Prodotto interno lordo. Il PIL pro capite alla PPP dà quindi una valutazione del tenore di vita di un paese più rappresentativa rispetto al semplice PIL pro capite ai tassi di
cambio corrente.

Esempio: parità dei poteri di acquisto

Allora, che cos'è la PPP? Il concetto è semplice. Supponiamo di dover confrontare lo stipendio di due postini, uno che vive a Milano e uno che vive a Matera.
Lo stipendio è eguale, ma i prezzi a Milano sono più alti che a Matera. Quindi lo stipendio del postino lucano ha più potere d'acquisto di quello del postino milanese. Insomma, quando si confrontano due quantità monetarie bisogna tenere conto di quello che si può comprare con quei soldi, indipendentemente dal livello nominale dei redditi. Lo stesso principio vale per il confronto fra i redditi medi – Pil pro-capite – di due diversi Paesi. Traducendo la moneta del Botswana in euro, si vede che i redditi medi di quel Paese povero sono, mettiamo, un ventesimo di quelli della Germania. Vuol dire che anche il potere d'acquisto degli abitanti del Botswana è un ventesimo di quello dei tedeschi? No, perché in quel Paese africano la roba costa di meno.
Quindi, per fare un vero confronto bisogna adottare un particolare tasso di cambio, diverso da quello di mercato: un cambio che prenda in conto la diversità del livello dei prezzi nei diversi Paesi. Per fare questo bisogna rilevare i prezzi in moneta locale nei diversi Paesi e usare poi le quattro operazioni per calcolare questi particolari tassi di cambio: appunto, le parità di potere d'acquisto.

Definizioni e metodi di misurazione del PIL

Esistono quattro modi equivalenti di definire e misurare il Pil di una economia:
1. Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali nuovi prodotti in un  paese in un dato periodo di tempo generalmente l’anno o il trimestre (metodo del prodotto).
2. Il PIL è la somma del valore aggiunto in una economia in un dato periodo di tempo (metodo del valore aggiunto).
3. Il PIL è la somma dei redditi dell’economia in un dato periodo di tempo (metodo del reddito).
4. 3. Il PIL è la somma della spesa aggregata dell’economia in un dato periodo di tempo (metodo della spesa).

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Il metodo del prodotto

Si analizzi la prima definizione: “Il PIL è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali nuovi prodotti in un paese in un dato periodo di tempo”.
Per valore di mercato si intende il valore dei beni e i servizi misurato ai prezzi di mercato, cioè ai prezzi a cui i prodotti vengono venduti sui mercati. Il vantaggio di utilizzare il valore di mercato è che esso permette di sommare beni e servizi eterogenei.
Si immagini di voler misurare il prodotto di una economia che produce 3.000 scooter e 10.000 panini, i cui prezzi medi sono 2.000 euro per ogni scooter e 1 euro a panino il valore del PIL ammonta a:

3.000*2.000 + 10.000*1=6.010.000 euro

Ossia il PIL è il risultato della somma del prodotto fra il prezzo dei beni e servizi (P), per la quantità di essi scambiata (Q).

Il PIL include beni e servizi nuovi, vale a dire prodotti nel periodo considerato, e finali, ossia quelli ottenuti nella fase terminale del processo produttivo. Le brioches vendute da un bar sono beni finali, e vengono contabilizzati nel PIL, la farina, il lievito e il burro impiegati per fare le brioches sono beni intermedi e per questo non inclusi nel calcolo del PIL.

Esempio:  beni finali & beni intermedi

Si supponga che un allevatore di bovini venda una mozzarella a “Pizza Hut” per 1 euro e che questa venda una pizza a 4 euro. Il computo del PIL dovrebbe includere sia la mozzarella che la pizza per un totale di 5 euro o solo la pizza per 4 euro? Nel calcolo del PIL secondo il metodo del prodotto vengono inclusi solo i beni e servizi finali, quindi viene considerata esclusivamente la pizza e non la mozzarella: il PIL aumenta di 4 euro e non di 5 euro, perché il valore del bene intermedio è già compreso nel prezzo di mercato del bene finale che ha concorso a produrre. Aggiungere il valore del bene intermedio a quello finale significherebbe effettuare una doppia contabilizzazione, cioè calcolare due volte il valore della mozzarella.

I beni e servizi devono essere prodotti all'interno del paese per essere contabilizzati nel PIL di quel paese. Il PIL italiano misura tutto ciò che è prodotto in Italia, sia da italiani che da soggetti stranieri. Dal PIL italiano viene invece, escluso quello che è prodotto da soggetti italiani all’ estero.

Ad esempio mentre il valore di mercato dei servizi venduti dal Club Med (multinazionale francese) in Italia rientra nel calcolo del PIL italiano, il valore di mercato dei beni prodotti da un italiano che ha una pasticceria in Francia, viene contabilizzato nel PIL francese.

Prodotto Nazionale Lordo (PNL)

Accanto al PIL esiste un’altra variabile che permette di misurare la ricchezza nazionale e che viene adottata dal sistema di contabilità nazionale dei paesi dell’ONU,
il Prodotto Nazionale Lordo (PNL). Il PNL valuta la ricchezza di un Paese (ad esempio l’Italia) prendendo in considerazione la produzione realizzata dai cittadini di quel Paese (gli italiani), indipendentemente dal fatto che essi si trovino nel Paese o all’estero (nel caso dell’Italia è quindi il valore della produzione degli italiani). Nell’esempio precedente, il valore di mercato dei gelati di un produttore italiano che ha una pasticceria in Francia viene contabilizzato sia nel PNL italiano che nel PIL francese.

Si ribadisce che, bisogna valutare il PIL in un determinato arco temporale.

Il metodo del valore aggiunto

Secondo il metodo del valore aggiunto, il PIL è la somma dei valori aggiunti in tutti gli stadi di produzione in una economia in un dato arco temporale. Il valore aggiunto non è altro che il valore del prodotto finale meno il valore dei beni intermedi utilizzati per produrlo.
Si riprenda l’esempio dell’allevatore di bovini che vende una mozzarella a “Pizza Hut” per 1 euro e che quest’ultima venda la pizza prodotta a 4 euro. Nel caso della mozzarella il valore aggiunto dell’allevatore è di 1 euro, supponendo che non abbia acquistato alcun bene intermedio per produrla. Il valore aggiunto di “Pizza Hut” è di 3 euro (4 euro-1 euro). Il valore aggiunto totale è pari a 4 euro (ossia 1 euro + 3 euro).

Il metodo del reddito

Il PIL è dato dalla sommatoria di tutti i redditi generati nell'economia in un anno,
esso include:

i redditi da lavoro
i redditi da capitale o profitto
le imposte indirette

I redditi da lavoro sono i salari pagati ai lavoratori dipendenti; i redditi da capitale o profitto sono quelli che rimangono alle imprese dopo avere pagato i lavoratori; le imposte indirette sono quelle pagate al governo sotto forma di imposte sulle vendite.

Il metodo della spesa

Secondo il metodo della spesa il PIL (Y) o prodotto o reddito o offerta aggregata, si compone di quattro elementi:

Y = C+I+G+NX

dove C=consumi, I=investimenti, G=spesa pubblica, NX=esportazioni nette. La sommatoria, C+I+G+NX rappresenta appunto la spesa aggregata. Si analizzino nel dettaglio ciascuna delle componenti della spesa.

Il PIL misurato secondo i quattro metodi, ossia il metodo del prodotto, il metodo del valore aggiunto, il metodo della spesa e il metodo del reddito deve coincidere. In altre parole, a meno di problemi di completezza o errori nella trascrizione dei dati, i metodi forniscono un’identica misura del livello dell’attività economica. Proprio per questo,
deve essere vero che in ogni specifico periodo di tempo,

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prodotto totale=valore aggiunto totale=reddito totale=spesa totale 

dove prodotto, valore aggiunto, reddito e spesa sono misurati in termini monetari.
L’equazione sopra descritta è detta identità fondamentale di contabilità nazionale.

I Consumi

I consumi delle famiglie (C), rappresentano la spesa in beni e servizi finali, dall’abbigliamento alle lezioni di tennis, effettuati sul territorio italiano. I beni e servizi consumati possono essere stati prodotti nel paese o importati. Nei consumi italiani sono inclusi anche i consumi dei turisti stranieri in Italia, mentre sono escluse le spese per turismo all’estero degli italiani.

Il consumo è la componente più rilevante del PIL e in Italia contribuisce con più  del 60% alla sua formazione. Si possono individuare quattro tipologie di consumo:

1) beni durevoli, destinati ad un uso prolungato nel tempo, come ad esempio automobili, mobili, televisioni;

2) beni semidurevoli, aventi di solito una durata media superiore all'anno, ma di gran lunga inferiore a quella dei beni durevoli. Appartengono a questo gruppo il vestiario e le calzature, la biancheria e gli pneumatici;

3) beni non durevoli, acquistati e consumati nel periodo di riferimento, come generi alimentari, medicinali;

4) servizi come ad esempio i servizi finanziari, le spese per alberghi e ristoranti.

Il reddito disponibile (che si indica con YD) è il fattore principale da cui dipendono le decisioni di consumo degli individui. Esso è il reddito dopo avere pagato le imposte T, per cui risulta in termini analitici, YD=Y-T. È possibile assumere che la forma funzionale della relazione tra il consumo e il reddito disponibile sia lineare:

Equazione dei consumi

dove C è il consumo, CA è la componente autonoma dei consumi,YD il reddito disponibile e c è la propensione marginale al consumo, ossia evidenzia di quanto varia il consumo in seguito ad una variazione unitaria di reddito.

c rappresenta graficamente l’inclinazione della funzione di consumo. La propensione marginale al consumo è compresa fra 0 e 1, in quanto gli individui tendono ad aumentare i propri consumi all’aumentare del reddito, ma non nella stessa misura in cui il reddito aumenta. Se un soggetto guadagna un euro in più, normalmente ne consuma una parte e ne risparmia la parte restante. L’equazione vista sopra è la funzione consumo di matrice keynesiana, ed evidenzia la relazione positiva che sussiste fra consumo e reddito disponibile, ossia al crescere di quest’ultimo i consumi aumentano, e viceversa.

In un piano cartesiano la funzione di consumo può essere rappresentata così:

funzione di consumo keynesiana

PIL reale versus PIL nominale

Come ogni variabile economica, il PIL può essere misurato in termini reali o termini nominali. Il PIL nominale è il prodotto interno lordo a prezzi correnti, ossia esso descrive l’andamento della produzione includendo sia le variazioni delle quantità prodotte, sia le variazioni dei prezzi dei beni prodotti. Il PIL reale è calcolato a prezzi costanti, ossia esso esprime l’andamento della produzione di beni e servizi frutto solo delle variazioni delle quantità. Il PIL reale è quindi depurato dagli effetti delle variazioni di prezzo (o inflazione). È una grandezza più significativa rispetto al PIL nominale, perché esso misura la produzione in termini di effettivo potere d’acquisto della collettività e valuta quindi, il benessere economico di un paese.

Per passare dal PIL nominale al PIL reale è necessario eliminare gli effetti dei prezzi sulla produzione, ciò si fa selezionando un anno base, ossia un anno di riferimento, e utilizzando poi i prezzi di quell'anno per valutare la produzione di beni e servizi in altri periodi.
A titolo di esempio, si consideri un paese che produce quattro beni: pane, latte, mele e barrette di cioccolata. Nella tabella sono riportate le quantità prodotte di ciascun bene e i relativi prezzi nell'anno 1 e nel’ anno 2. Supponendo l’anno 1 come anno base, è possibile trovare il PIL nominale e reale nei due periodi.

pil reale vs pil nominale

Dal confronto si rileva che il PIL reale nell’anno 2 è minore del PIL nominale relativo allo stesso anno, questo perchè il PIL reale è privato dell’inflazione. Si ricava inoltre che nel passaggio dall’anno 1 all’anno 2 il PIL reale è aumentato: l’economia presenta una crescita di produzione.

Il deflatore del PIL

Basandosi sulla doppia rilevazione a prezzi correnti e a prezzi costanti si può calcolare un indice particolare, il deflatore del PIL. Esso è un indicatore dell’inflazione in quanto evidenzia in che misura i prezzi aumentano. Il deflatore del PIL è dato dal rapporto fra PIL nominale e PIL reale riferiti ad uno stesso anno. L’indice espresso in termini percentuali è:

il deflatore PIL

Nell’esempio precedente il deflatore del PIL nell’anno 2 è pari a:

Il Deflatore viene utilizzato per deflazionare il PIL, cioè per depurare il PIL dall’inflazione, infatti vale anche:

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